Raymond Aron scriveva in tempi di Guerra Fredda, ma abbastanza calda nelle cancellerie delle potenze di allora, […] che la potenza è soltanto un mezzo e non definisce né la natura della politica internazionale né quella dei fini ai quali mirano gli attori…[…]. Se così fosse sempre secondo Aron, […] tutti i regimi (e ciò varrebbe anche per gli Stati) avrebbero lo stesso genere di politica estera. Il contenuto dell’interesse nazionale sarebbe costante in lunghi periodi della storia…[…]. E, continua Aron, […] perché questa costanza? Perché tutti gli elementi, ideali e materiali che formano il contenuto dell’interesse nazionale sono subordinati almeno alle esigenze che non sono, esse, suscettibili di mutare rapidamente, e dalle quali dipende la sopravvivenza della nazione e la preservazione della sua identità…”[…].(Da Raymond Aron. Paix et guerre entre les nations. Calman-Lévy. Paris, 1962. Trad. It. Pace e guerra tra le nazioni. Comunità, Milano, 1970 p.679-680).Omologare o ricondurre all’interno di un unico regolatore delle relazioni internazionali il gioco di potenza, favorendo un multilateralismo paritario, poteva sembrare l’epilogo più naturale dopo la fine di un secolo, il Novecento, con tutte le sue contraddizioni e l’incubo da overkill nucleare. Ma la visione unilateralista che credeva in un multilateralismo governato a stelle e strisce ha dovuto fare i conti con una sovraesposizione politica, economica e militare che ne ha ridotto le ambizioni e posto, questa volta, all’angolo l’aquila americana con la necessità di ritornare ad un possibile protezionismo ritenuto l’unico strumento per far recuperare forza e vigore ad una potenza dilatatasi troppo nel mondo. Dal suo canto la Russia ha cercato di approfittare dell’ansia americana di non riuscire a mantenere inalterata nel tempo la propria leadership, riorganizzando non solo il rapporto nel proprio giardino di casa con le repubbliche caucasiche e transcaucasiche, ma investendo ancora una volta nella sua anima euroasiatica quasi a rispondere alla dispersione delle azioni degli Stati Uniti con una linearità strategica capace di massimizzare le proprie relazioni politiche; dalla Turchia sino a porsi a ridosso di Pechino.
Nel frattempo la Cina di certo non si è lasciata scappare l’occasione di riconoscersi potenza a sua volta. Una potenza “responsabile” come dichiarato dallo stesso presidente Xi Jinping a Davos nel gennaio u.s., e così definita sin dal vertice di Hangzhou del settembre 2016. Una potenza che aspira a sostituirsi “responsabilmente” agli Stati Uniti nella guida del commercio globale spostando l’asse degli interessi verso l’Estremo Oriente per poi, da qui, reindirizzare le linee di conquista “economica” nuovamente verso Occidente. Una Cina capace di crescere ancora, seppur non ai ritmi di qualche anno fa, ma di certo non succube di complessi di inferiorità né economica né tantomeno, visto che non guasta, militare. Una scelta che non sfugge a Mosca - che tiene ben stretti i rapporti con Pechino attraverso la Shanghai Cooperation Organization - e a Washington i cui sonni di certo non saranno così tranquilli di fronte ad una convergenza possibile tra Orso e Dragone. Certo l’Aquila tenterà di volare, ma le distanze da percorrere sono tante e gli artigli si sono in questi ultimi anni abbondantemente spezzati nel tentativo di conficcarsi un pò dappertutto.
In fondo, anche l’Europa per Trump è rimasta una sponda troppo dispendiosa anche in termini di difesa, mentre gli equilibri si spostano, suo malgrado, nuovamente in un Grande Gioco con i soliti storici concorrenti.