Il risultato elettorale sembra essersi ormai consolidato, chiarito e, soprattutto, accettato con particolare stile e diplomazia non comune tra le forze politiche soprattutto della sinistra. È altrettanto vero che ogni commento a caldo e ogni altra analisi hanno trovato il giusto spazio nei giornali di questi primi giorni della nuova legislatura, che si avvia ad iniziare alla fine di questo mese. Ci sono state molte indicazioni interessanti sul come e perché il Popolo della Libertà ha vinto e del perché il Partito Democratico ha perso. Molte sono condivisibili per chiarezza e capacità di valutazione. La prima è il riconoscimento, da parte dall’onorevole Martino, che il Partito Democratico ha avuto il merito di semplificare non solo l’area di sinistra, ma di contribuire a rendere più chiaro il gioco politico subendone, e accettandone, comunque, i rischi politici che poi si sono presentati al voto.Tuttavia, c’è un atteggiamento nell’elettore di oggi di centrodestra a valutare con molta indipendenza quanto farà il governo al punto tale da poter ritirare la fiducia. Per questo, e il 2006 dovrebbe insegnarlo, il vero pericolo, in fondo, non è se l’esclusione della sinistra radicale dal gioco parlamentare potrebbe determinare un movimento di piazza che renderà difficile la governabilità e la vita del Paese. Bensì esso è rappresentato dal fatto che l’elettorato di quel ceto medio riapre le porte a Berlusconi, ma si aspetta delle soluzioni di crescita, di sicurezza, di fiscalità equa e solidale, di servizi efficienti e di riassetto della pubblica amministrazione. Quell’elettorato che, se deluso, potrebbe scendere in piazza con effetti ancor più devastanti di quanto si potrebbe attribuire alla sinistra antagonista. Un ceto medio che rappresenta una parte del Paese sempre più impoverita economicamente e moralmente, che dalle piccole economie ai servizi, dalle scuole alla sicurezza e gestione della cosa pubblica rimane l’unico che paga il prezzo di una contraddizione tra uno Stato popolare a metà ed una liberalizzazione virtuale ostaggio del neocorporativismo.
Un neocorporativismo diffuso, che non esclude i grandi gruppi, che assorbe risorse senza reinvestire in reddito, servizi, produttività, occupazione, sanità e scuola. Un Paese fermo che, se non rilanciato con decisione e partecipazione, renderebbe l’elettorato di centrodestra il più accanito censore e il nemico principale del premier. Una mancata promessa di crescita, di chiarezza del quadro politico di centrodestra nei programmi, nella leadership che verrà, nel rinnovamento degli uomini, che non sarà più perdonata in futuro e renderà vana ogni operazione di telemarketing. Una delusione che ridisegnerebbe un quadro nuovo di frammentarietà al punto tale che l’unità a destra di oggi rischierebbe di essere solo un ricordo.