…eppure Machiavelli (come Pirandello) non era calabrese

…eppure Machiavelli (come Pirandello) non era calabreseSe fossimo animati oggi da un sano senso di ricerca e ci vorremmo mettere alla prova nel trovare delle citazioni che, nel renderci eruditi per un momento, ci permetterebbero di sintetizzare un sentimento o un’idea potremmo avvalerci di molti strumenti.
Una raccolta di aforismi recuperata da qualche libro dei nostri padri o semplicemente, più facilmente, lanciare qualche parola chiave sul web e attendere che l’universo mondo delle frasi celebri ci appaia come un cesto di pensieri tra i quali scegliere quello che più ci aggrada. Nel caso di Machiavelli, vista l’abbondante presenza per l’internauta di riferimenti al Nostro, credo che non sia richiesto leggere Il Principe o approdare al senso della Mandragola per riportare in termini di analisi politica, nel primo caso, o teatrali, nel secondo, quel rapporto tra signore, potere e popolo al punto tale da rendere sin troppo labile il confine tra il senso della realtà e l’ideale della possibilità espressi, questi, in chiave di leale e chiaro uso della manipolazione delle volontà/intenzioni per fini politici. Una sorta di gioco ad anticipare quanto non sarebbe poi anticipabile nella natura umana, o forse latina, sul rapporto tra la sempre feconda capacità di corrompere le idee e il gioco politico senza quartiere per giungere al potere.
Ora, senza cadere nella complessità filosofica di un modello descrittivo della società italiana, poi non così distante da quella di oggi - nonostante siano trascorsi più di cinque secoli e diversi padroni e padroncini - anche il Nicolò fiorentino, politologo ante litteram, rischia di non aver considerato, prima di perfezionare il suo modello interpretativo, la Calabria. Di certo territorio marginale allora e al di fuori del gioco cinquecentesco delle Signorie che guardavano altrove. Tuttavia, le operazioni di cosmesi politica erano ben chiare anche se, forse, non come e nelle misure in cui esse si sarebbero manifestate dopo secoli in terra di Calabria. Insomma, un laboratorio mancato quello calabrese, che avrebbe confermato passi del pensiero machiavellico con uno spostamento in avanti di quella strategia del capovolgimento di campo e di pensiero che lo ha reso l’arma del possibile, lo strumento cui affidarsi per non perire a seguito delle proprie incapacità.
Che la politica possa rappresentare il regno della complessità e del tutto possibile questo lo abbiamo imparato nel tempo come negli ultimi anni e mesi. Che il fine giustifichi i mezzi, nell’inflazionata disarmante fotografia italiana e non solo, altrettanto. Ci mancava la conferma del rifacimento di un make up come idea nel cassetto, che sottende l’inconsistenza di una classe politica che non solo non ha più nulla da dire, ma nessuno da cui farsi rappresentare. Ciò è accaduto in Umbria e accadrà anche in Calabria. E, per carità, nulla da dire sulla possibilità di scegliere un imprenditore di successo la cui garanzia dovrebbe risiedere nel trasferire quanto saputo fare nel proprio settore, in termini di capacità di gestione, all’intemperante e convulsa amministrazione regionale. (http://www.strettoweb.com/2019/11/regionali-calabria-pd-rubbettino/925569/).
Tuttavia, non si può non notare, nel dilemma dell’esperienza politica espressa tra giunte passate e giunte di ritorno, che anche qui forse Machiavelli non aveva torto, affermando che Ognun vede quel che tu appari. Pochi sentono quel che tu sei. Una frase che può lasciare al lettore/elettore due modi di intendere, se padrone di una capacità metacognitiva di comprensione, il sentimento sotteso. O vali per ciò che appari e non sei compreso in ciò che senti/sai/vuoi/puoi, o che pur apparendo alla fine non sei ciò che dovresti/vorresti essere o che non faresti ciò che avresti detto di voler/saper fare. Una sola costante rimane in piedi, però, nel saggiare la fattibilità di una scommessa politica che aggira se non addirittura evita i programmi, ovvero le cure necessarie per la Calabria, con una tale anteprima: la debolezza, questa volta, di credere di salvare il salvabile ricorrendo unicamente a nuove cosmesi.


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