L’autunno della politica e di noi stessi

L’autunno della politica e di noi stessiCi sono molti modi per guardare al nostro futuro. C’è la visione personale, attraverso la quale ognuno di noi si prefigura come e seguendo quali vie realizzare sogni o aspirazioni di una vita o anche solo di un momento, siano essi personali o dei propri figli. C’è, poi, la visione collettiva, quella di una comunità, piccola o meno piccola che sia, che si muove su piani un po’ diversi. Ovvero, sull’essere, ad esempio, la sintesi delle ansie e delle aspettative di ogni individuo che compone le diverse comunità.
Nel primo caso tutto è nelle mani, a volte si fa per dire, di ognuno di noi. Delle sue capacità, abilità e, non bello a ricordarsi, delle amicizie sulle quali può contare, in una storia comune che assegna al clientelismo di nuova versione un ruolo che chiude ogni porta alla meritocrazia, alla capacità di discriminare senza sentirsi ostaggio delle nebulose opportunità offerte dal potere e dal potente di turno.Nel secondo caso, si affidano sogni e speranze collettive alla politica alla quale, però, scorporando sogni e bisogni individuali non sfugge, come nel primo caso, che la dipendenza dal bisogno è l’arma migliore per costruire non solo consenso, ma per assicurarsi la sopravvivenza nel tempo. E, si badi bene, a nulla servono i cambiamenti di programma o le coerenze di progetto se non proprio ideologiche, ma solo una chiara e poco sana consapevolezza che il potere, e solo questo, ha in sé le cure per affrancare chi vi riesce dalla marginalità. In fondo, il vecchio adagio per il quale chi non fa politica la subisce, non è certo lontano dalla realtà.
La ricerca o la conferma della taumaturgicità del potere sembrano essere, ancora una volta, l’unica ragione di lotta per la sua conquista quanto di asservimento ad esso, anche se nasconde una realizzazione di un sé. Una dinamica sociale che ci accomuna a ben altre esperienze è vero, ma che nelle terre del Sud ha un sapore diverso, più sostanziale, più pregnante. Se per una personalità politica acuta del passato recente il potere logora chi non ce l’ha, è altrettanto vero che il potere diventa la ragione principe di happening che solo nel predicato di circostanza hanno un loro senso.
Dichiarazioni attraverso le quali si disperde, semmai ci fosse, ogni manifestazione di concretezza nell’assenza di un progetto, nell’incapacità di dare quelle risposte sulla cui promessa si costruisce un patto non scritto tra cittadino e potere. Infatti, senza cadere nella stucchevole critica o vantarsi di porsi su piani di dissidenza privi di senso concreto delle cose, credo sia sufficiente leggere i giornali e interpretare le esternazioni, i modi di presentarsi di molti professionisti del potere, visto in tutte le sue declinazioni, politiche ed amministrative, per comprendere come e in che termini la vanità dell’io si consuma, senza mai giungere alla fine, in un lento stillicidio di dominio sull’altro. Un dominio che si riduce a far si che l’altro sia il servitore del padrone migliore del momento. E non si tratta di vivere una commedia goldoniana.
E’ la ragione della nostra storia, di ieri e di oggi. Una storia che stentiamo a voler cambiare dal momento che cadiamo, volutamente, nei tranelli dell’opportunismo, sfiorando un qualunquismo che negli anni ha contraddistinto molto della nostra cultura del Sud. Con questi animi, guardandone le espressioni, ascoltando o leggendo le parole dei nuovi illuminati - siano essi provenienti dal nuovo firmamento stellato o prodotti delle nuove alchimie di sinistra o di destra - cercheremo, come singoli o quali parti di comunità apparentemente solidali, di affidarci a coloro che prometteranno di più. Come sempre, come lo è stata e come lo è la nostra storia.


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